Il pastore e il Maestro

 

Questa storia l’ho sentita da Osho in India. Non conosco la fonte originale e quindi non ho la possibilità di riportarla qui. Provo a scriverla così come me la ricordo con la speranza di non allontanarmi troppo dal seminato.

Un fanciullo era rimasto orfano di entrambi i genitori e, per sopravvivere, portava al pascolo le poche bestie dei contadini del villaggio in cambio di una ciotola di riso, qualche frutto e un posto per dormire nella stalla su una vecchia coperta.
Venuto a sapere che nel villaggio vicino si era acquartierato un noto Maestro con la fama di santità, una sera, rinchiuse le bestie nella stalla, si avvolse la vecchia coperta attorno alle spalle, si accomiatò dai suoi compaesani e se ne andó senza voltarsi indietro.
All’ingresso del villaggio vicino riconobbe subito la casupola del Maestro circondata da un basso muretto bianco davanti al quale sedevano pellegrini e discepoli in preghiera.
Attraversato il cortile senza che nessuno gli chiedesse nulla, entrò di slancio nell’unica stanza della casupola e si trovò immediatamente di fronte al Maestro. Con rispetto si inginocchiò e, prima che potesse pronunciare una parola, il Maestro gli indicò con la mano la porta e disse:
“Prendi quel torello e la giovenca in fondo al cortile, portali sui pascoli alti e torna quando saranno diventati duemila”.
Il ragazzetto rimase sconcertato solo per un attimo. Si era aspettato di ricevere un esercizio particolare, una meditazione, una preghiera, un mantra ma si può discutere la parola di un santo?
Così attraversò il cortile, prese la briglia dei due animali e uscì dal portone senza voltarsi indietro.
Arrivato al pascolo cercò una sistemazione per sé, costruì un piccolo recinto di rovi per le bestie e si coricò.
Solo in quelle valli sperdute cercò di organizzare alla meglio le sue giornate e di rendere confortevole la sua dimora di frasche. Il tempo passava senza avvenimenti particolari, senza interlocutori coi quali scambiare due parole, senza qualcuno che gli desse notizie del villaggio, dei suoi abitanti e del suo Maestro.
I giorni si aggiunsero ai giorni, le settimane alle settimane e i mesi ai mesi.
Finalmente un anno dopo l’inizio della sua avventura, nacque il primo vitellino. Eccitato il fanciullo corse verso la parete liscia della montagna e sulla roccia tracciò con una pietra di ossidiana tre linee. “Millenovecentonovantasette” pensò ma non sapeva se questo dovesse essere un motivo di gioia o di disperazione. A diciassette smise di tracciare linee sulla parete. Quanti anni erano passati? Non lo sapeva ma sapeva di non essere più il ragazzetto che era partito dal villaggio per ritirarsi in solitudine sui monti. Pensava spesso al suo Maestro e si domandava in continuazione che razza di esercizio fosse mai l’accudire ad una mandria di bestie che nulla hanno da fare se non mangiare tutto il giorno. Si chiedeva spesso se non fosse stato un errore il suo e se in realtà il Maestro altro non fosse che un ciarlatano.
Ormai era lì, altri scopi non ne aveva, gli animali vivevano e morivano accanto a lui senza scopo, tutto era senza senso. Quello che ormai era un uomo adulto era riuscito anche a rendere confortevole la sua vita. La capanna di frasche era ora una calda e accogliente casa di pietre e legno, dal latte delle mucche ricavava un discreto formaggio che stivava in un anfratto per l’inverno, un orto ben curato produceva verdure e ortaggi sufficienti ad una dieta ricca e gustosa. Dopo molti anni di dubbi e ripensamenti si era ormai arreso al suo destino e, di quella che era cominciata con un incubo, era riuscito a fare una vita equilibrata e, in certi momenti anche piacevole. Non si curava più della mandria né di contare il numero degli animali che avevano continuato a riprodursi e, nella solitudine della valle, vivevano ormai allo stato brado senza bisogno delle sue cure.
La vita del pastore si avvicinava ormai alla fine, le spalle si erano curvate, ogni camminata fra le mucche al pascolo diventava faticosa e la vista non era più quella di una volta.
Una notte verso il crepuscolo, si alzò per prepararsi alla preghiera mattutina prima della colazione e si sentì inquieto.
Qualcosa era successo o stava per succedere.
Impensierito terminò l’abluzione e, sempre più inquieto, pregò così:
“Oh Allah, se questo è il mio ultimo giorno su questa terra, concedimi, dopo la preghiera, di ringraziare le mucche che ogni giorno mi hanno dato il loro latte, il mio orto che mi ha sostenuto coi suoi frutti, il cielo che mi ha protetto e il sole che ogni giorno e venuto a salutarmi davanti all’uscio di casa”.
Finita la preghiera che già albeggiava, uscì dalla casa, passeggiò senza una meta precisa fra le mucche che ancora riposavano sull’erba accarezzandole e distribuendo qualche leggera pacca su quelle groppe possenti.
All’improvviso sentì una leggera pressione allo sterno, quasi impercettibile e gli parve che il battito del cuore si trasformasse in un suono, una voce:
“Siamo duemila” “Siamo duemila” “Siamo duemila”.
Guardò costernato le mucche che però sembravano ignorarlo.
“Siamo duemila” “Siamo duemila “ “Siamo duemila”.
Per un attimo si chiese se ora non fosse definitivamente impazzito.
“Siamo duemila” “Siamo duemila” “Siamo duemila”.
Tornò alla capanna, arrotolò la vecchia coperta attorno alle spalle e imboccò il sentiero che scendeva al villaggio senza voltarsi indietro.
All’ingresso del villaggio riconobbe subito la casupola del Maestro circondata da un basso muretto bianco davanti al quale sedevano pellegrini e discepoli in preghiera.
Attraversato il cortile senza che nessuno gli chiedesse nulla, entrò nell’unica stanza della casupola e si trovò immediatamente di fronte al Maestro. Con rispetto si inginocchiò toccando con la fronte i suoi piedi bagnandoli di lacrime.
Rialzatosi pronunciò queste parole:
“Sono duemila, Maestro”
“Lo so Abdullah” rispose il santo “Lo sapevo che saresti riuscito. Ora posso passare gli ultimi giorni che mi sono rimasti in pace e serenità. Ti affido questa comunità con la certezza che saprai guidarla meglio di me nella volontà di Dio”
Detto questo il Maestro se ne andó senza voltarsi indietro.

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