Una guerra in conto terzi

U.S.A. e Cina proseguono la Conferenza di Seoul con altri mezzi

È il 22 ottobre 1961, Edwin A. Lightner,

Check Point Charlie

diplomatico americano è fermato al Check Point Charlie di Berlino dalla Volkspolizei che, in contrasto con gli accordi alleati, pretende di controllarne l’identità. Più volte i G.I.’s americani scortano le macchina del diplomatico alleato attraverso la linea di demarcazione fino a quando la situazione prende connotati paradossali. Quando il 26 ottobre la Volkspolizei pretende di nuovo di controllare le generalità di un Maggiore dell’esercito U.S.A. in abiti civili, carri armati americani attraversano a velocità folle Berlino ovest e prendono posizione dietro la linea di demarcazione. Altrettanto faranno i russi dall’altra parte. Per sedici ore trenta carri da una parte e dall’altra si fronteggiano pronti a far fuoco. La terza guerra mondiale è a un passo. Il KGB intercetta la telefonata del Generale Clay, responsabile delle truppe u.s.a. a Berlino ovest, con il Presidente J.F. Kennedy e consiglia al Comandante della città (est), Solowjew, di ritirare i panzer sovietici. La crisi è superata.

Corea: all’indomani dei turbolenti colloqui di Seoul di carattere meramente finanziario, gli u.s.a. sono alquanto isolati. Al resto del mondo economico non è piaciuta la manovra della F.E.D. di stampare 600 miliardi di dollari senza contropartite per tentare di saldare i propri debiti con le banche estere e provocare un’inflazione artificiale che favorisca l’esportazione dei prodotti americani. In particolare la Cina, secondo il Dipartimento del Tesoro Americano, ha nelle proprie casseforti 900 miliardi di dollari del debito pubblico americano che, in caso di un’inflazione, sarebbero alquanto “annacquato”. Vale a dire che, nelle debite circostanze, la Cina, al momento della restituzione del debito, riceverebbe in cambio una moneta molto deprezzata. Lo stesso vale per Germania, India e gli altri Paesi Europei e Asiatici, dove gli U.S.A. hanno piazzato i propri buoni del tesoro. Inutile dire che i suddetti paesi “are not amused”.

Obama a Seoul non ha rinunciato a fare la voce grossa e ha accusato la Cina di tenere artificialmente bassa la propria moneta, la Germania di impiegare mano d’opera a prezzi artificialmente bassi e altre amenità del genere.

Adesso, non vorrei sembrare il complottista di professione che vede in ogni episodio periferico la mano occulta delle trame internazionali, ma, dopo la Conferenza e il suo esito catastrofico per gli U.S.A., in Germania si sono moltiplicati gli allarmi terroristici. Su un aereo della compagnia Air Berlin in partenza dalla Namibia, viene trovata una valigetta sospetta.

A chi in un primo momento aveva pensato alla bravata di qualche buontempone, era giunta pronta la dichiarazione del ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maiziere, che aveva rivelato come il pacco fosse un test realizzato da una non meglio precisata azienda americana con l’obiettivo di verificare l’efficacia dei sistemi di sicurezza nell’aeroporto namibiano (!). Il Bundestag è blindato da settimane dopo le confidenze di un misterioso ex appartenente ad al kaida/ el quaeda (se non ci fosse bisognerebbe inventarla) che dall’estero ha “rivelato” come esista un piano per un attentato simile a quello di Bombay (Mumbai). Stazioni ferroviarie, aeroporti e i tradizionali mercatini natalizi sono da allora fortemente presidiati dalle forze di sicurezza.

E veniamo alla Corea. È noto che nella parte Sud del Paese sono stazionati 35.000 militari americani e che la Corea del Nord non avrebbe nessuna possibilità di sopravivenza se la Cina non badasse a spedire regolarmente aiuti materiali e finanziari. Quale migliore campo per una confrontazione indiretta fra l’impero americano e il drago cinese?

Durante le manovre navali al largo dell’isola Yeonpeyong pare siano stati sparati colpi d’artiglieria in direzione delle acque territoriali della Corea del Nord. Anche se così non fosse, come dichiarano le autorità del Sud, basta un’occhiata alla cartina per rendersi conto che la manovra in sé è una provocazione costruita ad hoc. È come se unità navali di Cuba andassero a sparare i loro colpi al largo di Miami in Florida. Anche se la logica della guerra e della forza bruta non trova il mio consenso, la reazione di Pyongyang è più che comprensibile.

Nonostante sia stata dichiarata come superata, siamo di nuovo nel contesto della guerra fredda.

Gli U.S.A., che ora partecipano alla prossima manovra militare con unità navali, fra le quali la portaerei Gorge Washington, vogliono saggiare fino a dove la Cina è pronta a esporsi.

Febbrilmente questa punta a un negoziato fra le nazioni interessate: Corea del Sud e del Nord, Giappone, U.S.A. e la stessa Cina che ha invitato tutti a Pechino a una trattativa.

Trattativa che dovrà in primo luogo stabilire quali saranno i rapporti finanziari nel futuro immediato fra i due colossi dell’economia mondiale. Del territorio delle due Coree e del loro destino, francamente, non interessa nulla a nessuno.

Come a Berlino nel 1961, il problema resta quello di definire i contorni per i prossimi contratti nei rapporti strettamente interdipendenti di due nazioni locomotive dell’industria e della finanza globalizzate.

Negli U.S.A., nonostante la “svolta” di Obama, non si è smesso di credere alla funzione guida della nazione e il multipolarismo è ancora visto con sospetto. Ciò significa che alla fine potrà esserci un solo vincitore.

Speriamo bene.

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