Il cowboy buono e il pasdaran gentile

Obama e Ahmadinejad all’O.K. Corral

Chissà se è una prerogativa del destino

Obama, Ahmadinejad

quella di portare un giorno il simile ad affrontare il simile.

Obama non era ancora presidente quando nel 2008 a Berlino a due passi dalla Porta di Brandeburgo in un discorso scritto a Hollywood, venne a chiedere più soldati per la guerra in Afganistan, una guerra scatenata dal suo predecessore George W. Bush con lo scopo ufficiale di contrastare le attività terroristiche di Osama bin Laden, diventato da allora primula rossa del terrorismo internazionale.

Inutile aggiungere che i finanziamenti e l’armamento dei Warlord afgani e in particolare dei Talebani facevano parte del piano anglo-americano di contrasto all’occupazione sovietica.

Le operazioni in loco furono affidate all’ISI, il servizio segreto pakistano che pensò bene di sfruttare la situazione per fare dei Talebani la lunga mano delle proprie ambizioni egemoniche dell’area.

Ciò significa che i marines americani, i soldati britannici e gli alpini italiani si trovano a combattere ribelli muniti di armi e munizioni fornite loro da potenze alleate. In più di un caso si è verificato che soldi italiani, inglesi e americani per la ricostruzione siano finiti direttamente nelle mani degli insorti.

Non sono mai stato simpatizzante dei Talebani e l’allontanamento di questa formazione dalla scena politica non può che essere di beneficio agli abitanti dell’Afganistan. Che a promuovere la politica post-Taliban ci sia un Presidente ex dipendente di Unicol, la compagnia petrolifera responsabile con il gigante Halliburton e Carlyle Group degli intrighi e dei finanziamenti dei gruppi più feroci di mujjiaedin è un paradosso già visto in più di un episodio della storia recente. Come quando Prescott Bush (nonno di George W. Bush) col suo socio d’affari W. Averell Harriman finanziò a piene mani l’industria bellica nazista (Thyssen) al punto da essere insignito (Bush) il 7 marzo 1938 con la Croce dell’ordine dell’aquila Tedesca di terzo grado.

In linea di principio si potrebbe parlare della solita strategia del “poliziotto buono e del poliziotto cattivo”. Per primi arrivano un grigio impiegato statale o il rappresentante di una ditta anonima che offre soldi, know how e strategie a gruppi e gruppuscoli assolutamente minoritari ma militanti che porteranno lo sconquasso e il terrore nel Paese. A questo punto é necessario l’”intervento liberatorio” con i connotati della guerra civile fino a quando il “buono” dichiara che è ora di porre fine alla tragedia e all’orrore e promuoverà le strategie per scalzare il dittatore fantoccio che il suo predecessore ha creato e alimentato per questo scopo. Oltre al vantaggio immediato delle commesse belliche e della ricostruzione, questi signori avranno allora raggiunto lo scopo del controllo totale del Paese e della popolazione grazie ai programmi di aiuti e alla pratica dell’usura.

Ecco, Obama è il poliziotto buono.

Il suo attuale contraente, Ahmadinejad, è il burattino di turno.

Ahmadinejad è nato il 28 ottobre 1956 nel villaggio di Aradan, in provincia di Garmsar, nella regione di Semnan, quartogenito di sette figli. Il suo nome originario era Mahmoud Saborjhiān o Mahmoud Sabaghiān. Si è trasferito con la famiglia a Teheran quando aveva un anno. Il padre, di nome Ahmad, era stato barbiere, fruttivendolo e fabbro. Il padre cambiò cognome alla famiglia all’atto di trasferirsi dalla campagna a Teheran, per evitare discriminazioni, poiché tale cognome è tipico del mondo contadino, oltre ad essere usuale fra gli ebrei iraniani.

Nel 1986, Ahmadinejad entra a far parte dei Pasdaran, la milizia speciale dei guardiani della Rivoluzione e diviene in seguito uno degli ufficiali superiori dell’unità d’élite Qods (Gerusalemme), sempre in seno ai Pasdaran.

Ancora oggi Ahmadinejad non nasconde la propria simpatia per i Basiji, i volontari a bordo di motociclette coinvolti nelle azioni più brutali di repressione delle manifestazioni anti governative, indossando nelle cerimonie pubbliche il tipico foulard bianco e nero.

In questo senso, Ahmadinejad è il corrispondente iraniano del “poliziotto cattivo” che sfrutta l’immagine della religione per condizionare la vita della popolazione e per eliminare oppositori scomodi.

I suoi richiami, anche affascinanti, ai principi dell’Islam non devono ingannare.

Da quando Ahmadinejad è salito al potere, i sufi, la parte più mistica dell’Islam, sono regolarmente perseguitati e allontanati da tutte le attività tipiche della comunità musulmana. I sufi sono stati allontanati da Qom, la città santa iraniana e sede delle più famose università di dottrina e di diritto islamico.

Insomma, se George W. Bush ha sfruttato l’immagine di “inviato di Dio” appoggiato dalla forte lobby degli evangelicali e Obama, pur con il testo riscritto dai migliori sceneggiatori di Hollywood, si eleva a paladino della giustizia e della verità, Ahmadinejad cerca il consenso del mondo musulmano con la sua retorica infarcita di riferimenti religiosi e teologici allo scopo di alzare il prezzo della politica iraniana in tutta l’area del Golfo e del mar Caspio, dove giacciono riserve petrolifere destinate a influenzare l’economia mondiale dei prossimi cinquant’anni.

Giovani di ogni razza e di ogni nazionalità sono mandati a morire sui campi di battaglia o dentro gli autobus nel nome dell’avidità e del profitto, mascherati da motivazioni religiose.

Sembra che la Storia non cambi mai.

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