Di tortura si muore, anche in Italia.

E’ circa la mezzanotte di lunedi’ 15 dicembre 1969.

Abu Ghraib

Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano. Giunto nell’ atrio dell’ ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. E’ indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimenere ancora qualche minuto, fare un’attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno li’ di fronte a lui, dall’altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa gia’ che nella mattina e’ stato arrestato un’anarchico di nome Valpreda; c’entrera’ davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell’ ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdi’ delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.

Al quarto piano, il dott. Antonino Allegra, responsabile dell’ufficio politico della questura, il commissario Luigi Calabresi, i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi, il tenente dei carabinieri Sabino Lograno stanno interrogando Giuseppe Pinelli, anarchico.

L’uomo, Aldo Palumbo, cronista dell’Unita’ di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed e’ un corpo che cade dall’alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per meta’ sul selciato del cortile, per meta’ sulla terra soffice dell’ aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l’allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui e’ uscito.

Nel 1975 venne pronunnciata la sentenza che chiuse l’istruttoria sulla morte del ferroviere Giuseppe Pinelli che entro’ innocente in un ufficio della Questura di Milano e ne usci’ dalla finestra il 15 dicembre 1969.

Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio chiude definitivamente la sua inchiesta: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione che il giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da dipanare. Le sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude categoricamente che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne); esclude l’omicidio non trovandone le prove (e lo esclude con un vero bizantinismo: “la mancanza assoluta di prove che un fatto è avvenuto equivale alla prova che un fatto non è avvenuto”). Scartata l’ipotesi del suicidio e pure quella dell’omicidio “volontario”D’Ambrosio definisce la morte di Pinelli come un “malore attivo” !!!

Aldo Bianzino, un falegname che non fa politica, 44 anni, viene trovato morto domenica 14 ottobre 2007, nella sua cella di isolamento all’interno del carcere di Capanne a Perugia;
– Aldo viene arrestato venerdì 12 ottobre a Pietralunga, nella sua casa di campagna vicino Città di Castello, per coltivazione e detenzione di canapa indiana e trasferito nella stessa giornata al carcere di Capanne a Perugia, dove deve restare in isolamento almeno fino a lunedì 15 ottobre, quando incontrerà il giudice titolare dell’inchiesta;
– sabato 13 ottobre alle ore 14 il legale d’ufficio incontra Aldo e riferisce alla moglie di averlo trovato in buona salute;
– domenica 14 ottobre, al mattino, la famiglia viene informata che Aldo è morto;
– subito viene diffusa la notizia (vi è un primo referto medico redatto dal personale del carcere?) che Aldo sarebbe morto per malattie cardiache e non presenterebbe segni esterni di violenza;
– conoscendo Aldo come persona sana, la famiglia non ci crede e chiede l’autopsia;
– l’autopsia viene affidata al dott. Lalli, un medico legale noto per essere eticamente irreprensibile e dal cui esame risulta che Aldo è morto per cause non accidentali e che il suo cadavere presenta chiari segni di lesioni traumatiche: 4 ematomi cerebrali, fegato e milza rotte, 2 costole fratturate.
– il giudice Petrazzini (lo stesso che aveva condotto l’inchiesta sulla coltivazione e detenzione di canapa indiana) apre formalmente una indagine per omicidio volontario.

 Federico Aldrovandi aveva 18 anni, li aveva compiuti il 17 luglio. Viveva a Ferrara, periferia sud, zona di Via Bologna, avrebbe preso la patente la settimana successiva, studiava da perito elettrotecnico, suonava il clarinetto, faceva karate, era un mezzo campione vincitore di molte coppe, bravo in matematica e meno in inglese, impegnato in progetto con Asl e scuola per la prevenzione delle tossicodipendenze. Era un salutista, leggeva le etichette di quello che mangiava. E il sabato sera, con gli amici, andava spesso a Bologna: è lì che ci sono locali, concerti, centri sociali. Così era successo anche quella volta. Erano stati al Link, il concerto reggae era saltato ma la serata era filata via tranquilla. E’ vero, Federico aveva preso qualcosa: uno “sniffo” di roba esilarante (una smart drug, naturale e non proibita) più un “francobollo” di Lsd. Nel suo sangue sono state trovate tracce di oppiacei e chetamina, poca roba, però. Nulla che giustificasse un’overdose o un comportamento aggressivo. E poi lui non era proprio un tipo aggressivo. La madre, gli amici, il parroco del quartiere, nessuno lo descrive come è stato descritto dalle veline di Via Ercole I D’Este, dove sta la polizia, e dalle dichiarazioni alla stampa. Erano appena passate le 5 quando il gruppo, tornato a Ferrara, si separa da Federico che decide di fare l’ultimo tratto a piedi, per rilassarsi, è ancora estate, si cammina volentieri. Andrea, Michi, “Burro” e gli altri non lo avrebbero rivisto più.
A questo punto comincia la versione della polizia. Il “contatto” avviene alle 5.47. Una volante sarebbe stata avvertita da una donna abitante in Via Ippodromo, preoccupata dalla presenza di un ragazzo che, forse, camminava in modo strano, forse cantando. Magari farneticava pure, come diranno gli agenti che dicono di averlo fermato e qualche minuto dopo, alle 6.10, avrebbero chiamato il 118.
Otto minuti dopo l’ambulanza lo trova già morto, a terra, con le manette ai polsi, a un passo dal cancello del galoppatoio. Non ci sono i margini per la rianimazione. Qualcosa o qualcuno ha causato l’arresto respiratorio che poi ha bloccato per sempre il cuore del ragazzo che camminava da solo, disarmato, che era incensurato, non stava compiendo alcun reato quella mattina e non aveva mai fatto male a nessuno

 C’ è chi ha riferito che Stefano Cucchi gridava, la mattina di venerdì 16 ottobre, nei sotterranei del palazzo di giustizia. Urlava, dava fastidio, si lamentava perché diceva di sentirsi male. Chissà se è vero. Stefano Cucchi è il geometra di 31 anni morto il 22 otto­bre scorso a Roma dopo l’arresto. Tutto sarebbe avvenuto nel sotterraneo della Città giudiziaria di Roma, in una delle celle di sicurezza. A questa con­clusione sono arrivati gli inquirenti che hanno emesso sei avvisi di ga­ranzia nei confronti di tre agenti di polizia peniten­ziaria con l’accusa di omi­cidio preterintenzionale e di tre medici per «omis­sione delle dovute cure». Per la Procura, Cucchi è stato «scaraventato a ter­ra e preso a calci».

Ma sarebbe stato questo il motivo dell’intervento degli agenti della poli­zia penitenziari che ora si ritrovano in­dagati per la sua morte. Loro negano di aver mosso un solo dito contro il ragaz­zo, ma c’è un testimone che ha raccon­tato di aver visto degli uomini con la divisa azzurra del Corpo colpirlo «con calci e pugni, dopo averlo fatto cadere a terra». È il detenuto africano che ora i pubblici ministeri titolari dell’indagine vogliono reinterrogare al più presto, davanti a un giudice, con gli avvocati difensori e di parte civile, perché quella prova ri­manga subito agli atti.

Ecco, nella nostra bella Italia si pratica pressoché impuniti la tortura e di tortura si muore.

Come ad Abu Graib.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: