Ali

Racconto breve di Stefano Comi

 

Quando spalancó la porta del terrazzo, un soffio di vento gli rinfrescó il viso in quella calda notte di agosto.

Da quando aveva trovato un posto regolare da guardiano al deposito dei rottami era tornato a pregare regolarmente cinque volte il giorno. D’estate poi, saliva sul terrazzo sopra i tetti della cittá per la preghiera del mattino, ringraziando Allah di tanta fortuna e giá progettava una sistemazione migliore, una cucina nuova e, se avesse incontrato una ragazza con la sua stessa inclinazione ai valori solidi della morale, sarebbe stato possibile pensare anche al matrimonio. 

La brezza leggera del mattino agitava la Jalaba di cotone leggero mentre, avvicinatosi al bordo del terrazzo, Ali, sottovoce, chiamava alla preghiera come fanno i muezzin di tutto il mondo.

Evitó di avvicinarsi troppo alla ringhiera, un po’ per non suscitare sentimenti di ostilitá fra i vicini che lo potessero vedere, un po’ per evitare di vedere lui stesso, sul marciapiede sotto casa, le ragazze che tutta la notte erano impegnate a soddisfare la fame inesauribile dei molti clienti che fermavano le loro automobili per patteggiare il prezzo del surrogato dell’amore.

Certo la periferia di Milano non era Damasco dove a quell’ora i muezzin, da un minareto all’altro, gareggiavano nella recitazione del Corano e delle migliori Duha (preghiera rogatoria). Passare fra due fila di ragazze praticamente nude ogni volta che doveva uscire per recarsi al lavoro era diventato un esercizio di grande pazienza. Al suo passaggio, infatti, queste si divertivano a stuzzicarlo con gesti e frasi inequivocabili. Ali ci aveva fatto l’abitudine e riusciva perfino a ridere della situazione, anzi, aveva imparato a riconoscere in quei dialoghi surreali il segnale di chi, nonostante la situazione di massimo degrado morale, cerca un appiglio che gli dia ancora l’illusione di un rapporto familiare con il mondo normale. In fondo, pensava, ogni frase volgare ed ogni gesto sconcio altro non era che una richiesta di aiuto di chi spera che quest’uomo, l’ennesimo della serata, anziché consumarle come una bibita presa dallo scaffale del supermercato, le abbraccerá per sollevarle sul suo cavallo bianco e portarle, galoppando col vento fra le chiome, al castello del re dove verrá celebrato il matrimonio col principe azzurro per vivere il resto dei loro giorni amate, rispettate e felici. Nonostante tutto, non poteva fare a meno di vedere in quelle ragazze delle sorelle e delle compagne di viaggio sfortunate in un mondo ostile ad ogni forma di ragione e di morale.

Cosí, quando dalla strada si levarono delle grida di terrore e di aiuto, non esitó un istante ad interrompere la sua preghiera. Si affacció alla ringhiera appena in tempo per vedere i segni chiari di una lotta furibonda e la corsa disperata in ogni direzione di quelle povere creature che nella fuga perdevano scarpe e borsette.

Si precipitó giú per le scale accompagnato dal fischio rabbioso di un’automobile che parte a gran velocitá e quasi inciampó sul corpo della ragazza riversa sul marciapiede in una pozza di sangue. La rivoltó alla ricerca di una ferita da tamponare e raccolse il coltello dal marciapiede.

Quando, dopo pochi secondi, arrivó la prima pantera della polizia, lo trovarono cosí, rivolto sulla ragazza esanime, la Jalaba imbrattata di sangue e il coltello in mano.

Sul lettino dell’ambulanza che a sirene spiegate lo portava all’ospedale, in stato di semi incoscienza, ripeteva freneticamente dentro di sé “Audhu bi-llahi mina schaitani rajim” (allontana da me o Signore, Satana il lapidato) come lo aveva imparato a recitare da bambino quando al buio era costretto ad uscire dalla tenda richiamato dal belato delle pecore che custodiva da solo.

I medici diagnosticarono la rottura del setto nasale, del labbro superiore e l’incrinatura di due costole. Il rapporto della polizia notificó la resistenza a pubblico ufficiale, la scientifica trovó abbondanti tracce del suo sangue vicino a quello della vittima tanto da lasciar pensare ad una colluttazione violenta e terribile cosí che il giudice di libertá confermó l’arresto per tentato omicidio. I giornali del pomeriggio uscirono con titoli cubitali: “É contro la Sharia – islamico impazzito accoltella prostituta a Milano”.

L’anatema era lanciato. Indagini successive confermarono che Ali, piú volte, si era lamentato della presenza delle prostitute che aveva definito “donne cattive”. I vicini testimoniarono che da qualche tempo c’era stato nella sua vita un cambiamento visibile. Era diventato taciturno, la notte saliva sul tetto e le visite degli amici si erano diradate. Aveva qualcosa da nascondere? In casa la polizia trovó alcune copie del Corano fra altri testi in lingua araba e alla compagnia telefonica furono richiesti i tabulati delle chiamate all’estero che ora erano al vaglio degli inquirenti.

Steso sul lettino di ospedale, circondato da volti e gesti ostili, Ali passava in rassegna la sua vita. Da ragazzino, mentre col gregge uscivano verso il deserto, uno dei cammelli imbizzarrito aveva scartato all’improvviso con uno scatto tipico di questi animali imprevedibili e suo zio Abdu-Salam era caduto male sulla roccia rimanendo paralizzato per il resto della sua vita. Abdu-Salam provvedeva da solo alla famiglia numerosa che da quel giorno, se non fosse stato per l’intervento del clan, sarebbe stata ridotta alla fame. Perché Abdu-Salam? aveva chiesto Ali.

Kismet ” gli aveva detto Amina, la sua nonna paterna. “Alhamdulillah” (tutta la lode spetta a Dio) le facevano eco le altre donne riunite per il Dhikr, la preghiera superrogatoria del giovedí sera.

“Kismet”, imparó a ripetere Ali. Il destino che Allah ci ha riservato e sul quale non è permesso avanzare lamentele, pretese o proteste. Kismet, la nostra storia scritta e decisa per noi. Se nella sua misericordia infinita, Allah ci ha fatti credenti è Kismet. Se ci ha creati miscredenti è Kismet. Se siamo nati ricchi è Kismet, se siamo nati poveri è Kismet, Alhamdulillah, tutta la lode appartiene a Lui, a Lui solo. Se mendicheremo ad un semaforo o se potremo sedere su molli divani è Kismet, se conosceremo il dolce dell’amore o la crudeltá della guerra è Kismet.

Ali non si lamentava della sua situazione. Se era lí, su quel lettino, in quel paese che amava e che all’improvviso era diventato cosí ostile nei suoi confronti senza che lui potesse capirne la ragione, era Kismet. Non si lamentava, ma non poteva fare a meno di chiedersi: perché? Perché io?  Non era con Allah che si lamentava, piuttosto con la sua ragione che non riusciva a trovare il bandolo di quella matassa di cause ed effetti alle quali ci ha abituati e che mai come ora era diventata cosí confusa, imperscrutabile, irragionevole.

Ali riusciva a capire molte delle amarezze che la vita gli aveva riservato. Sapeva che ad ogni angolo c’era chi era pronto ad approfittare della sua situazione di alieno in una societá abituata alle pagine uniformi del libro della mediocritá. Sapeva che la paura rendeva gli uomini vili e pronti a sacrificare i deboli sull’altare della meschinitá e della sopravvivenza. Sapeva che l’egoismo è capace di corrompere ogni pilastro della rispettabilitá. Ma qui qual’era la ragione? Qual’era il senso? A chi aveva dato fastidio? Si ricordava vagamente di essere accorso a soccorrere qualcuno in pericolo e si era ritrovato su un’ambulanza che correva impazzita nel buio della sua anima confusa nella notte.

Aveva provato a chiedere a medici e infermieri che peró gli davano risposte approssimative ed evasive. A intervalli regolari entrava nella sua stanza un poliziotto che gli girava le spalle ogni volta che tentava una domanda.

Cos’é che un giorno ci fa trovare ad un incrocio, quando un camion impazzito travolge le transenne e piomba su una scolaresca in bell’ordine nell’attesa del verde? Chi ci porta sulla nave che ha solcato mille volte il mare e che oggi, nella nebbia, verrá sventrata da un mercantile affondando in pochi secondi? Perché l’infermiere scambierá per errore proprio la nostra siringa nel momento dell’emergenza?

Kismet, si ripeteva Ali.

La sua Jalaba gli era stata sequestrata dagli inquirenti, ma qualcuno aveva lasciato sul comodino il suo tesbih, il rosario di 99 perle dei sufi.

Ali chiese di poter compiere l’abluzione rituale necessaria alla preghiera. Strinse il tesbih e con l’indice destro alzato cominció a scandire la sua preghiera: “Testimonio che non esiste altra divinitá all’infuori di Dio, testimonio che Mohammed è il suo Profeta. Nel nome di Dio, il Pietoso, il Misericordioso, tutta la lode appartiene a Dio, Signore dei credenti, il Pietoso, il Misericordioso, Re del giorno del Giudizio…”

Il magistrato inquirente ordinó una seconda perquisizione nel suo appartamento alla presenza del difensore d’ufficio. Mentre i suoi uomini procedevano ad esaminare ogni angolo di quel domicilio sobrio e ordinato, il funzionario di turno non disse una parola e lei, laureata da poco e per la prima volta coinvolta  in un caso cosí importante, si limitó a richiedere una copia del verbale di perquisizione negativa. Il funzionario infastidito, la congedó sulla porta di casa prima che la portiera chiudesse a due mandate.

Stava giá per scendere le scale, quando l’anziana portiera, preso a due mani il coraggio necessario per rivolgere la parola a tanta autoritá e con il tono di voce che esprimeva rispetto e sottomissione, chiese: “Mi scusi, ma adesso l’Ali, che fine fará?”. Strappata dalle sue riflessioni, l’avvocato si fermó sul primo gradino e si rivolse alla portiera che le ricordava tanto i personaggi della sua infanzia in una casa di ringhiera. Raccolse i suoi pensieri e, sforzandosi di mostrarsi gentile, abbozzó una risposta che potesse soddisfare un estraneo alle complicate formule della giustizia.

“Vedremo cosa dicono i verbali degli inquirenti. Oggi vado a San Vittore a sentire cosa ha lui da dire e poi vedremo cosa si puó fare.”. “Por nàn, rincalzó la portiera, era cosí un bravo ragazzo! Mi aiutava sempre a portare fuori i bidoni della spazzatura! Zia Maria, mi diceva, se hai bisogno chiama che mí són semper qui! Pòra stèla. Senza famiglia, come fará adesso?”

L’avvocato restava immobile sul primo gradino. La traccia della realtá come una serie di fatti legati fra loro da un filo che ne determina la successione logica e comprensibile alla mente razionale cominció improvvisamente a vacillare. Zia Maria? Pòr nàn? Pòra stèla? Qual’era il nesso di quei termini sentiti tante volte sulla ringhiera della sua infanzia con l’immigrato senza cultura e straccione che accoltella una prostituta perché infastidisce il senso morale di una religione primitiva ed estranea?

“Pòra stèla?” chiese Marina insicura e incredula. “Ma sí, riprese la portiera, come si fa a dire che l’è stá lú? Ma forse si sará trovato lí per caso che a quell’ora lí lui va a lavorare. Ma picchiare una ragazza non è capace. Non è capace nemmeno di alzare la voce con quelli che gli fanno i dispetti qui in casa” disse abbassando un po’ la voce.

Marina era confusa. I titoli dei giornali, le immagini viste in TV, tutto le scorreva rapidamente davanti agli occhi. Ma si trattava dello stesso Ali? pensò. Risollevó diffidente lo sguardo alla ricerca di un segno nel viso di quella anziana figura che le stava di fronte. Un segno che le dicesse che Maria, la zia Maria, stesse mentendo e che quella era una ben congegnata manovra dei difensori di Ali. I difensori di Ali? Lei era il difensore di Ali! Cosa stava succedendo? Chi era Ali? Chi era lei, sul primo gradino della scala di una societá con ben chiari i valori di giustizia, rispetto, libertá? C’erano mille testimonianze…

Un pensiero le raggeló il sangue nelle vene. Mille testimonianze? C’era il rapporto della polizia. Punto. La ragazza era sola sulla strada? Nessuno aveva visto o sentito niente? Marina sentí il bisogno impellente di bere un caffè nella guardiola della portiera.

Un’ora piú tardi, il colloquio intenso con “zia Maria” aveva cambiato non solo il suo atteggiamento di avvocato difensore, ma anche squarciato un velo nella sua percezione del mondo che la circondava. Come aveva potuto dimenticare alla prima occasione tutte le regole della difesa imparate a memoria sui libri sfogliati e risfogliati? Come aveva potuto dimenticare alla prima occasione tutti i suoi principi morali costruiti sulla ricerca di una definizione universale di giustizia, rispetto, veritá?

Lasció zia Maria dopo un lungo abbraccio e, tre giorni piú tardi, emozionata come un’adolescente al suo primo appuntamento, nella sala d’attesa del carcere, sotto lo sguardo di secondini increduli, Ali le veniva incontro raggiante, come un principe su un cavallo bianco al ritorno dalla sua battaglia contro il drago che aveva tenuto prigioniera la bella principessa nei secoli.

Mentre gli stringeva la mano esitante, nervosa e provata dalle fatiche degli ultimi giorni, cercando di darsi un contegno da professionista consumata nei meandri della legge, pronunciava queste parole: “Ce l’abbiamo fatta, Ali. Non è stato facile, c’è mancato veramente poco, ma ce l’abbiamo fatta…”

Lo guardava dritto nei suoi begli occhi neri e profondi, circondati dal profilo tipicamente arabo del viso che lo facevano cosí diverso e cosí interessante, senza poter concludere la frase iniziata.

Lui ricambiava sicuro quello sguardo e quella stretta di mano. Stavano in silenzio uno davanti all’altro e, dopo un istante eterno, con la voce calda come il deserto nel quale era cresciuto, Ali rispose:”Kismet“.

Lei non capí ma, era sicura, presto avrebbe imparato il significato di quella parola magica e misteriosa.

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Una Risposta

  1. Bismillah….!
    È bello come tutte le mattine aprire il computer e tra i Preferiti sfogliare il Derviscio, è bello anche se a volte non ci trovi nulla o poco di interesante, ma questa mattina mi si è illuminato il mio cuore malato leggendo una piccola perla di una mentalità e di una fede a noi ben nota che tante volte ci fece esclamare nella nostra vita “Kismet”, “Kismet”!!!
    Bravo, bravo “alhamdulilla”!
    Assalamualeikum Fratello! Abdel Nûr

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