Gaza – Israele: epilogo

Tutto è rimasto come prima, tutto è cambiato 

Facciamo un riassunto succinto:

Gaza

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pur con qualche perdita fra i suoi militanti e pochi quadri intermedi, Hamas è quantitativamente e qualitativamente rimasta quella di prima della guerra. Nelle ore successive alla tregua avrebbe lanciato ( rimane il dubbio se sia stata tutta farina del suo sacco) almeno una ventina di razzi Kassam, segno che i suoi depositi di armi sono pressoché intatti. I tunnel bombardati dall’aviazione israeliana possono essere ripristinati in pochi giorni. Non è cessato il sostegno ad Hamas da parte di Iran e Siria che continuano a rappresentare il vero scoglio da superare per arrivare ad un piano di pace duraturo. Gli Stati arabi si sono detti pronti a stanziare due miliardi di dollari per la ricostruzione, a condizione che non finiscano nelle tasche di Hamas e fino a quando non si troverá un accordo al proposito, i due miliardi resteranno un numero scritto su un pezzo di carta di cui non beneficerà nessuno. Le frontiere restano chiuse e Israele lascia passare una media di centocinquanta camion al giorno di aiuti umanitari. Troppo pochi secondo gli operatori internazionali. Motovedette pattugliano la costa e sparano a tutto ció che si muove da e verso Gaza. Fatah e Hamas restano inconciliabilmente divise. Qual è la differenza sostanziale col “prima”. Nessuna, se non fosse per le peggiorate condizioni di vita della popolazione civile. Un morto ogni mille abitanti, un ferito ogni trecento, un senza tetto ogni quindici. Famiglie distrutte, un gran numero di orfani e vedove, disperazione e apatia.

Israele è piú sicura?

Solo in apparenza. Hamas non è sicuramente in grado di sostenere una qualsiasi azione militare col sostegno della popolazione nel breve periodo, ma resta l’istanza eletta a maggioranza nella striscia di Gaza e rimane politicamente inaffidabile e imprevedibile, non fosse che per il fatto che gli ordini arrivano da Damasco e Teheran. Quindi assolutamente non in grado di offrire alcuna garanzia ad Israele, impegnata nel conflitto commerciale delle pipeline e delle centrali nucleari iraniane. Hamas è una pedina in ostaggio a giocatori piú grandi della striscia di Gaza. La sua presenza al tavolo delle trattative quindi non è solo ingombrante a causa delle sue attivitá terroristiche, ma soprattutto inutile poiché il conflitto palestinese è solo un riflesso allo specchio di un conflitto regionale ben piú ampio. Israele quindi non sará sicura fino a quando non saranno risolte le controversie con Iran e Siria. Fino a quando la risposta militare e l’ombrello nucleare potranno garantirle la sopravvivenza è una domanda alla quale è difficile rispondere se si considera che le ultime due guerre (Libano e Gaza) non hanno portato a risultati convincenti e che i suoi confini devono essere garantiti a nord dalle truppe UNIFIL e, nel futuro immediato, a sud da una costituenda forza internazionale. Gli obiettivi dichiarati dalla trojka Olmert-Barak-Livni non sono stati quindi raggiunti, nemmeno quello di liberare il soldato Gilad Shalit, prigioniero di Hamas da oltre 945 giorni. Probabilmente la guerra non basterá nemmeno a Tzipi Livni per vincere le elezioni del 10 febbraio. Dopo una prima ondata di entusiasmo che aveva ribaltato le statistiche, il Likud è tornato in testa alle classifiche dei sondaggi. Secondo la maggioranza degli israeliani, il governo ha ritirato le truppe troppo presto senza aver scongiurato il pericolo di Hamas e dei bombardamenti nel sud del paese. “Ausser Spesen, nicht gewesen”, non è stato ottenuto nulla, tranne aver speso un sacco di soldi!

Verrebbe da dire: aspettando Obama.

Dalla sua politica rispetto alle centrali nucleari iraniane e dal riavvicinamento di Washington a Damasco dipende sostanzialmente il risultato di questa partita arenata alla periferia di Gaza City. Obama ha giá telefonato al presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen), al premier Olmert, al re di Giordania, Abdullah II e al rais del Cairo, Hosni Mubarak. Nei prossimi giorni spetterà al Segretario di Stato Hillary Clinton prendere il telefono e pronunciare una parola in direzione di Iran e Siria. Potrebbe essere la parola decisiva.

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