Tibet, Ossezia, Gaza. Tre pesi, tre misure, una strategia.

Tibet? Tibet? Ma non era finita la storia del Tibet? Non si sono poi messi d’accordo?

No, la storia del Tibet non è cambiata di una virgola, anzi è completamente cambiata. Nel senso che…

Facciamo un passo indietro.

Dunque, la Cina sta preparando le olimpiadi, un paio di monaci partono a piedi da Dharamsala per portare a Beijing un messaggio di pace…

Intanto a Lasha, al termine di una manifestazione pacifica per una maggior autonomia, scoppiano una serie di incidenti che culminano con gravi scontri con la polizia, il saccheggio di numerosi negozi, l’incendio della moschea e il linciaggio di commercianti cinesi, soprattutto musulmani. Viene applicato il coprifuoco, l’esercito e la polizia cinese rastrellano la cittá alla ricerca dei responsabili. Seguono numerosi arresti. Sui giornali di tutto il mondo rimbalzano notizie contraddittorie che vorrebbero testimoniare eccessi da una parte e dall’altra accompagnate da immagini che vengono puntualmente smascherate come false o scattate in altri luoghi o in altri tempi. La protesta indignata si leva unisono in tutti gli angoli del mondo. Il passaggio della fiaccola olimpica è accompagnato da episodi eclatanti tanto da dover viaggiare blindata su quasi tutto il percorso. Un paio di boy scout statunitensi srotolano striscioni di protesta a Pechino giusto il tempo per permettere ai rappresentanti della stampa internazionale di fotografarli e venderli a modello della protesta montante contro il regime autoritario e illiberale di Beijing. Si appendono bandiere alle finestre, si organizzano convegni, concerti di solidarietá e via via tutto lo strumentario delle grandi occasioni.

Arriva la sera dell’apertura dei giochi. Lo spettacolo offerto è semplicemente mozzafiato. Il Tibet finisce dimenticato, Sua Santitá il Dalai Lama sparisce dai notiziari, si contano le medaglie. Panem et circensis. La Cina ha vinto. Le vittime linciate dalla folla o colpite dai proiettili della polizia? Registrate e inserite nel raccoglitore per l’archivio. La vita e la morte nient’altro che un numero di riferimento in un registro di un ufficio governativo. Tot morti, tot arresti, tot dollari, vinto, perso, archiviato.

 

Per l’Ossezia il discorso è piú complesso.

All’inizio c’è la disgregazione dell’impero sovietico e il petrolio caucasico rimasto per decenni a riposare praticamente dimenticato. Chi metterá le mani su queste riserve è il punto cruciale di un nuovo “gran gioco” che vedrá in campo tutto lo strumentario della guerra nascosta e spietata fra gli attori di questa ennesima tragedia. Il documento CIA-OTI* IR 98-211, 23 ottobre 1998 (Central Intelligence Agency – Office of International Issues) ci permette uno di dare uno sguardo a quelle che sono le ragioni vere del conflitto regionale. Il documento stima che gli investimenti delle multinazionali nella regione fino al 2015 saranno di 10 miliardi di dollari l’anno. Le incertezze degli estensori del documento riguardano (riguardavano) la possibilitá che un prezzo del greggio troppo basso avrebbe scoraggiato gli investimenti. Notoriamente, l’impennata del prezzo dello stesso, ha riversato nelle casse delle societá coinvolte miliardi di plusvalore. L’altro punto dolente restava la capacitá di poter esportare il greggio estratto verso i mercati delle nazioni interessate all’acquisto. A questo proposito gli esperti della CIA scrivono nel loro rapporto che, fatta salva la stabilità politica della regione, sará necessaria la costruzione di una, massimo due, pipeline atte allo scopo, anche se, scrivono sempre gli esperti, probabilmente non ci sará abbastanza petrolio da usufruire al pieno delle capacitá di trasporto. Non importa, continua il documento, “se la pipeline incoraggiata dagli USA (Baku-Tblisi-Cehylan, N.d.A.) non dovessero raggiungere lo scopo di andare pari passi con la produzione del greggio, gli iraniani e i russi sarebbero nella posizione di poter assolvere questo compito nel medio e nel lungo termine”. La Georgia e la ribelle Ossezia diventano essenziali pedine geostrategiche di questa ennesima messinscena. Nel marzo del 1999, un’esercitazione chiamata “Geneva Game ’99” che faceva parte del piú vasto “US Naval War College International Game Series” e condotta presso il “Geneva Center for Security Policy“, alla quale hanno partecipato cinquanta ufficiali di medio livello, diplomatici e personale civile di 25 Paesi della NATO/ Partnership for Peace (PFP) e la Bosnia e L’Erzegovina, ha simulato un contesto politico-militare nel quale un “grave disastro umanitario” nella Georgia rendeva necessario “l’invio di soccorsi umanitari in un periodo di cambio di governo e instabilitá politica”. L’esercitazione è proiettata a dieci anni piú tardi: il 2008, anno in cui il burattino Saakashvili bombarda Zchivali. Saakashvili si sente sicuro, forse grazie al cosiddetto “EU/Georgia Action Plan” che gli garantisce la protezione dell’Unione Europea o forse grazie alla manovra militare chiamata “Immediate Response” che ha visto impegnati a metá luglio1200 militari americani e 800 militari georgiani o forse grazie ai mille consiglieri militari israeliani presenti sul territorio georgiano. Di fatto, dopo la reazione decisa delle truppe russe, fará la fine di un Rigoletto qualunque, abbandonato al suo destino dai suoi padroni come altri prima di lui. Alla fine sono arrivati i “soccorsi umanitari” che hanno portato nel paese ancora piú “consiglieri”, finanziamenti (debiti), lacci e laccioli che faranno della Georgia un vassallo remissivo e fedele almeno fino a quando la “missione olio caucasico” sará “accomplished”.

Le vittime di questa guerra? Registrate e inserite nel raccoglitore per l’archivio. La vita e la morte nient’altro che un numero di riferimento in un registro di un ufficio governativo. Tot morti, tot arresti, tot dollari, vinto, perso, archiviato.

 

Gaza è, nella sostanza, l’ultima puntata in ordine temporale dello stesso gioco. La puntata ha ovviamente un titolo diverso poiché dobbiamo credere che si tratti di un episodio diverso, ma gli attori dietro le quinte sono sempre gli stessi. Intanto, dietro le quinte c’è un conflitto arabo-persiano di cui conosciamo poco. L’Iran, con le sue riserve di petrolio a sud del paese e con le pipeline che lo attraversano da nord a sud, ha giustificate ambizioni da global player. Giá negli anni sessanta lo Sciá Mohammad Reza Pahalevi aveva assolto in compagnia della moglie Farah Diba, un tour in occidente alla ricerca di alleati e partner per un ambizioso progetto di sviluppo industriale che doveva comprendere la costruzione di numerose centrali nucleari. La “rivoluzione islamica”, guidata dall’Ayatollah Khomeini metterá fine all’idillio fra lo scià e gli alleati statunitensi. La cosa non piace né agli americani né ai loro amici arabi “moderati”. Saddam viene manovrato in una guerra lunga e sanguinaria con lo scopo di fermare la rivoluzione islamica. A guerra finita (senza sostanziali cambiamenti) Saddam, che vuole essere ripagato per i suoi sforzi bellici, viene attirato nella trappola del Kuwait e, otto anni piú tardi, in Irak viene esportata la democrazia alla ricerca delle armi di distruzione di massa. Saddam fará la fine di un Rigoletto qualunque, abbandonato al suo destino dai suoi padroni come altri prima di lui. In questa regione disgraziata, lo Stato di Israele gioca il ruolo fondamentale di alleato della politica anglo-americana. Armato fino ai denti, possessore delle migliori tecnologie militari, protetto dal miglior servizio segreto del mondo, dotato di risorse finanziarie praticamente illimitate, Israele è in grado di fornire qualsiasi tipo di informazione a proposito di qualsiasi partecipante del gioco, condurre qualsiasi tipo di operazione militare convenzionale o asimmetrica, entrare ed uscire da qualsiasi porta che protegge i segreti e le strategie dei potenti locali. A secondo del momento e delle strategie, Israele è alleato rispettato o avversario temuto, non solo da arabi e persiani, ma anche dell’opportunismo europeo ed occidentale. Va da sé che qui si giocano partite, finte, tattiche in un intreccio difficile da interpretare. Mentre i giornali di tutto il mondo pubblicavano le fotografie degli aerei dirottati dai fedayn palestinesi, le segreterie dei partiti, da quella socialista di Craxi a quella democristiana di Andreotti e Moro, trattavano con gli emissari di Arafat l’immunità dei suoi corrieri sul territorio italiano. Dopo la prima e la seconda intifada, mentre da una parte Israele cerca con ogni mezzo di contrastare l’ascesa dell’OLP a ruolo di interlocutore internazionale dei palestinesi, dall’altra chiude uno o anche tutte e due gli occhi nei confronti della forza nascente di Hamas che raccoglie nelle proprie fila gli irriducibili e gli scontenti verso la politica di conciliazione dell’astro nascente Mahmoud Abbas (Abu Mazem). Anche se esistono “tabelle di marcia ” di chi finanzia chi, è probabile che la manovalanza del conflitto (Hamas, OLP, Hizbollah, Jihad Islamica) siano tanti arlecchini, al servizio di due o piú padroni. La “gloriosa lotta del popolo palestinese” nient’altro che fumo negli occhi, come la “gloriosa lotta del popolo tibetano” o la “gloriosa lotta del popolo osseta”.

Le vittime di questa guerra? Registrate e inserite nel raccoglitore per l’archivio. La vita e la morte nient’altro che un numero di riferimento in un registro di un ufficio governativo. Tot morti, tot arresti, tot dollari, vinto, perso, archiviato.

Forse un giorno questi conflitti di confine, come li chiamava Orwell, non appagheranno piú i manovratori seduti negli uffici governativi dell’Europa, degli USA, della Russia e di chissà dove e allora si arriverá al conflitto vero, aperto, decisivo e sará l’ecatombe. Oppure gli uomini, anche quelli seduti su comodi divani di pelle e circondati da raffinatissime cortigiane, rinsaviranno e scopriranno che la civiltá umana, pure nella diversitá delle sue culture, religioni, lingue e interessi, è una.

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Una Risposta

  1. Per il regime di Lukashenko, alle prese in questi mesi con sempre maggiori problemi economici (ultimamente la Bielorussia doveva restituire qualche miliardo di dollari all’occidente e alla Russia), lo sconto sul prezzo per le forniture di gas è una delle condizioni indispensabili per superare la crisi. In dicembre, la Bielorussia ha pagato 127,9 dollari per 1000 metri cubi di gas; ora, sotto la minaccia di Mosca, ha accettato di pagarne 160-170 dal primo gennaio del 2009 (al contrario, il prezzo medio pagato dai paesi europei salirà a 280 dollari). Una delle prime tappe della ricompensa a Mosca sarà il riconoscimento dell’indipendenza delle province separatiste georgiane di Abkhazja ed Ossezia del sud – finora riconosciuta solamente da Russia e Nicaragua – . Ancor prima dei colloqui tra Lukashenko e Medvedev, il quotidiano russo Kommersant riportava la notizia circa un possibile scambio di favori tra Mosca e Minsk: il riconoscimento dell’indipendenza delle due province occupate dalle truppe del Cremlino in agosto in cambio di un prezzo di favore sul gas.

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