La Scarpa

A Mosé (su di Lui la pace) che sul monte Oreb (oggi Jabal Musa) si avvicinava al cespuglio rovente, l’Altissimo disse:
„Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!” (Esodo 3; 5). La tradizione musulmana di entrare a piedi scalzi nella moschea e di pregare a piedi scalzi su un tappetino pulito deriva da questo episodio.
La scarpa al piede ha quindi una funzione di protezione anche rispetto a sporcizia e lordume che è bene lasciare fuori dai locali dove viviamo e, a maggior ragione, dai luoghi sacri e di preghiera.

Questo è anche il motivo per cui entrare calzati in casa altrui, nei paesi musulmani, è simbolo e sinonimo di profondo disprezzo nei confronti di chi ci ospita.
Battere qualcuno con una scarpa è un abominio.
Quello che Muntafer Al Zaidi, reporter del canale iracheno Al Baghdadia, ha voluto esprimere col suo gesto non dovrebbe quindi lasciar spazio a nessuna sorta di equivoco o fraintendimento: un profondo disprezzo verso l’uomo che lui ha voluto identificare come responsabile di anni di guerra che hanno trasformato l’Iraq da zona libera per le scorribande di Saddam Hussein e la sua banda a zona libera per le scorribande delle compagnie petrolifere occidentali e le migliaia di Contractors con licenza di uccidere.
Fortunatamente il gesto non ha avuto conseguenze fisiche per le persone e resterà nella storia quale interpretazione dei sentimenti di tutti coloro che a questa guerra si sono sempre opposti. Nonostante ció resta un gesto violento che lede la dignitá della persona umana al pari delle torture e delle sevizie di Abu Grahib, al pari della condanna a morte di Saddam e al pari di Guantanamo Bay. Quindi, anche se si dovranno considerare tutte le attenuanti del caso, non sono disposto ad assolvere il gesto di Muntafer Al Zaidi perché resta intrappolato nella stessa logica del suo antagonista. Alzare le scarpe con le suole rivolte verso il Presidente sarebbe bastato e avrebbe avuto sui media mondiali la stessa risonanza. Lanciare un oggetto verso qualcuno ha in sé l’intenzione intrinseca di causare un dolore fisico e, se il dolore di una scarpa è diverso da quello di una bomba a mano, ció non cancella il desiderio di sopraffazione che quel gesto ha causato. Muntafer Al Zaidi non è quindi né patriota né partigiano, ma solo una vittima della spirale di violenza che in Iraq non è certo nata dalla recente occupazione alleata ma che ha radici che vanno indietro nel tempo nel susseguirsi di occupazioni straniere (inglesi) e colpi di stato militari e socialisti che hanno martoriato il paese dalla fine dell’impero ottomano in poi. Una logica quindi della sopraffazione che cerca i suoi manovali inoculando il bacillo dell’odio che, a seconda delle circostanze, si puó travestire di nazionalismo, di guerra santa o, come in questo caso, di ideologia politica.
Di questi gesti e di queste “battaglie” non abbiamo bisogno. Ció di cui abbiamo bisogno è un mondo abitato da donne e uomini di buona volontà e di pace, donne e uomini che invece del conflitto sono disposti a percorrere le vie della solidarietá e della fratellanza anche quando le condizioni sono difficili e la tentazione del gesto eroico è forte. Donne e uomini consapevoli che “Non ci sarà una guerra Santa, perché non ci sono guerre sante; è la pace a essere Santa“.

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