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Panta rei

L’identità territoriale e il viaggio a Ixtlan

Quando ero bambino,

Panta rei

alla fine dell’anno scolastico si andava dal calzolaio a comprare un paio di zoccoli con i colori della squadra di calcio del cuore che avremmo portato per tutta l’estate. Le giornate erano scandite dai sapori di avventure incredibili per i campi, lungo le rogge e nei boschetti fuori dal paese. Non solo non c’erano PC, iPod, WiFi e simili, ma anche la TV dei ragazzi spariva dal nostro programma quotidiano per lasciare il posto alla scoperta di mondi e impressioni fantastiche.

La geografia del paese, nonostante le vie e le piazze avessero già nomi altisonanti come Roma, Garibaldi, Verdi e Cavour, per noi si divideva in Contrada del Guasto, Angolo Pizzi, i cortiletti, la corte grande. Sul piazzale della Chiesa vecchia ormai sconsacrata c’erano tre osterie che la domenica si riempivano di uomini adulti che discutevano molto rumorosamente della loro settimana passata al lavoro nei campi. Gli operai erano una rarità e godevano di un rispetto quasi reverenziale, per le donne e i bambini, l’osteria era un tabù.

Poi, una delle osterie chiuse e al suo posto si stabilì una pizzeria. La presenza di questo corpo estraneo alla tradizione e alla storia del paese fu per mesi tema di accese discussioni e frequentare la pizzeria divenne sinonimo di ribellione e di appartenenza a un mondo oscuro misto di malaffare e di comportamenti immorali.

Sono passati gli anni.

La vecchia chiesa e il campanile sono stati abbattuti per fare posto a una banca e una gelateria, i cortiletti sono stati trasformati in ricercati appartamenti moderni, le osterie e anche la pizzeria sono sparite, la piazza e tutto il centro sono diventati una grande isola pedonale, le vecchie case e i cortili una volta popolati da famiglie di contadini, hanno lasciato il posto a boutique dove un paio di scarpe costa quanto un’utilitaria ai tempi del boom economico. Sono tornato a trovare un paio di amici e, seduto ai tavolini della gelateria, ho osservato il via vai sulla piazza riconoscendo a mala pena una decina di persone delle centinaia intente a commentare la prima pagina dei giornali prima di far ritorno a casa in tempo per il pranzo domenicale.

È questo il paese che ho lasciato più di trent’anni fa per iniziare la mia odissea di Sinbad alla scoperta di mondi nuovi?

Certamente no. Nemmeno le poche persone che credevo di conoscere sono rimaste le stesse. Panta rei, tutto scorre, tutto cambia.

Non solo le piazze, le strade, le osterie, anche le donne e gli uomini che sono rimasti non sono più gli stessi e credere a un’eredità culturale legata al territorio o alle tradizioni, è un’illusione. Anche ripetere cerimonie, liturgie, gesti come abbiamo fatto ogni anno il giorno di Sant’Antonio o di San Giuseppe, non riporta in vita situazioni e sentimenti passati, niente è più uguale. Non lo sono i protagonisti, non lo sono le circostanze, non lo sono le conseguenze.

Carlos Castaneda nel suo libro “Viaggio a Ixtlan” riporta un discorso di don Juan Matus, uno sciamano dell’America centrale che racconta della sua nascita a Ixtlan e dell’impossibilità di farci ritorno poiché tutto ciò che crediamo possa riportarci in luoghi o circostanze nelle quali siamo già stati, altro non è che illusione, o, come dice don Juan, fantasmi.

Alcuni degli amici o dei conoscenti che ho rincontrato hanno passato ore a raccontarmi di come tutto sia cambiato “per colpa” dei nuovi arrivati. I nuovi arrivati sono, secondo i miei interlocutori, “gli albanesi, i rumeni, i negri, i musulmani, i cinesi” a secondo del contesto.

Ai miei tempi la fonte di tutti mali era la pizzeria. Panta rei.

Noi che torniamo a intervalli più o meno lunghi sui luoghi nei quali abbiamo passato parte della nostra vita ci rendiamo conto che non “loro” hanno cambiato qualcosa ma che il cambiamento è nella natura stessa delle cose e che quella della continuità di usi e tradizioni è un’illusione alimentata da poche circostanze esteriori quali una processione alla festa del Santo, una manifestazione il giorno della liberazione, il matrimonio in Chiesa e il percorso mesto sul viale del cimitero ogni volta che un nostro caro ci lascia.

Eraclito scriveva che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume e aveva ragione perché in questo momento l’acqua che mi passa davanti non è più quella di un secondo fa e tutto quello che mi circonda, non è più allo stesso posto di prima. Il vento ha cambiato la posizione di ogni singola foglia, gli uccelli non si sono fermati nel cielo ma hanno continuato il loro volo, i pesci nell’acqua continuano a lottare contro la corrente che nonostante una parvenza di costanza nel suo agire, è solo approssimativamente definibile nella sua forza, velocità e direzione. Panta rei.

Che significato hanno allora parole come “padroni a casa nostra”, “noi”, “loro”?

In realtà nessuno.

Casa nostra non esiste, siamo nati casualmente in un luogo geografico definibile in parole e cifre e una maggioranza relativa di persone non si allontanerà mai molto da lí, ma ciò non lo fa diventare “nostro” anche perché “quel” luogo dove siamo nati non esiste più. Non esiste più l’attimo in cui abbiamo visto la luce di questo mondo e quel momento non sarà più ripetibile come non lo è qualunque altro momento della nostra vita. Panta rei.

È il Panta rei o il viaggio a Ixtlan, ogni altro racconto è illusione.

Ognuno faccia di questo quello che vuole, il mio sforzo personale è quello di avvicinarmi a una Verità che contenga tutto ciò che ho descritto fin qui, tutto ciò che ho fin qui vissuto e sperimentato e che non so descrivere e tutto ciò che non potrò descrivere mai.

Per fare questo ho bisogno di un punto d’appoggio o di riferimento perché il tempo a nostra disposizione è poco e la possibilità di percorrere strade fallaci è grande quanto è grande l’angolo d’azione della nostra mente.

Il Sublime Buddha Gautama disse che la probabilità di incontrare un Maestro è simile a quella di una tartaruga nell’oceano che, venuta a galla per respirare, infila la testa nella ciambella di salvataggio perduta da una nave.

Ecco, nel mio girovagare alla ricerca di nuovi mondi, ho infilato per caso la testa in una ciambella di salvataggio che mi permette di lasciarmi trascinare dalla corrente del fiume senza paure, senza farmi prendere dal panico se a ogni istante il paesaggio dietro la sponda è diverso, senza lasciarmi prendere dalla voglia di afferrare una radice o un ciuffo d’erba sulla riva alla ricerca di una sicurezza falsa e menzognera.

In tutto questo non c’è merito alcuno, non ho fatto qualcosa di eccezionale o di particolarmente buono, non sono mai stato né un santo né un devoto, è semplicemente accaduto.

Se dovessi descrivere in poche parole la sostanza di questo percorso di vita che non posso dire di aver scelto, dovrei dire che Allah è pietoso e misericordioso verso le sue creature.

Ogni altro tentativo di descrizione sarebbe arroganza.

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5 Risposte

  1. Carissimo,hai superato te stesso!Molto bravo,molto ben scritto,hai saputo cogliere un attimoe lohai tradotto in parole!Bravo! Assalamualeikum! Abdul Nur

  2. D’accordo con Luciano! Mi sono venuti gli occhi lucidi!…sapere cogliere l’attimo e descriverlo e un ‘arte!
    Ciao

  3. Molto interessante e suggestivo, l’eterno divenire come chiave di lettura della società mi ha colpito. Ma è anche da considerare il concetto di eterno ritorno, l’acqua del fiume cambia, ma il fiume rimane tale, non sarà lago, se diventerà lago morirà come fiume.

    Il significato di noi, loro, anche lui muta, e la pizzeria nel tempo è diventato da loro a noi. La dicotomia noi-loro, affonda nel problema classico dell’antropologia, mi specchio nell’altro ma non mi riconosco. Il noi-loro è senso di comunità, si specchia anche nel concetto di ummah. Non penso si possa in maniera semplice ignorare.

  4. Non si tratta di ignorare, si tratta del fatto se il senso di comunitá o di ummah é un luogo geografico che ci dá un riferimento identitario o il pretesto per costruire muri e alzare il filo spinato.
    ” Infatti, la civiltà umana è unica, costruita dall’uomo, ed è arricchita dalla molteplicità delle culture, per questo non si può parlare di «scontro di civiltà». La civiltà, ha proseguito, non si costruisce isolatamente «è una creazione collettiva»: coloro che hanno costruito le piramidi sono parte della nostra stessa civiltà, che poi si esprime in diverse culture e religioni”.

    Ahmad Badr El Din El Hassoun, Gran Muftì della Siria

    http://ilderviscio.wordpress.com/2008/12/24/non-ci-sono-guerre-sante-e-la-pace-ad-essere-santa/

  5. Bellissimo articolo.

    Io però continuo a vedere come dannoso, e quindi meritevole di essere combattuto, il cambiamento imposto con la forza dalla propaganda americanista. E’ vero che il fiume scorrendo cambia in continuazione e non è mai lo stesso, e questo va accettato. Però c’è anche chi butta rifiuti tossici in quel fiume, avvelenandolo di proposito per ‘volontà di potenza’, per ‘arricchirsi’, per voglia di ‘prevaricazione’ o chissà per quali altri motivi. Contro questo tipo di cambiamento violento e imposto con la forza non si può restare fermi a guardare.

    Ciao
    Riccardo

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